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Manifesto

Ciampino è un luogo emblematico, un “non luogo”, né Roma né Castelli o forse tutte e due.

40 mila abitanti stipati in 11 km quadrati lasciati in balia dei poteri di turno.
Una cementificazione che inesorabilmente consuma territorio e inghiotte spazi di verde e aree condivise da tutti.
L’inquinamento combinato del traffico automobilistico e aeroportuale rende difficile la vita e produce seri effetti sulla salute, soprattutto dei più piccoli.
E’ un territorio attraversato da numerose linee ferroviarie che spezzano le vie di comunicazione, affidate a passaggi che sono rimasti gli stessi dall’inizio del secolo scorso.
Con un monumento emblematico proprio nel centro della città, costituito da un vasto complesso immobiliare in disuso (Igdo), concesso con troppa fretta alla regolamentazione esclusiva della contrattazione dei privati, senza tener conto della finalità sociale implicita nella sua storia.

Lo spettacolo che si offre diventa ancora più comprensibile quando, nella via di accesso dall’Appia, la prima cosa che si incontra è il campo nomadi, dove da anni si vive in condizioni inumane. Allestito “temporaneamente” da 16 anni dal comune di Roma sul suo estremo lembo di competenza, appena fuori dal raccordo anulare. E’ una landa desolata e isolata, collocata sotto la rotta di atterraggio e con gli aerei a poche decine di metri sulla testa, che ora si vuole addirittura espandere e recintare con tanto di controllo all’ingresso.

Paradossalmente è una cittadella speculare, nella segportale_vettregazione, al villaggio di ville della zona di Sassone.

L’assuefazione al male, l’indifferenza, l’apparente incapacità di reagire, affievoliscono il legame sociale, come si è potuto vedere nel caso della chiusura della tipografia industriale dei fratelli Spada.
L’attacco al diritto al lavoro non ha generato risposte o vincoli di solidarietà tra le persone ma è riuscito a creare divisione e isolamento.
Si può vivere in un luogo senza avere la percezione di appartenere ad una comunità, lasciando perciò che siano qualcun altro a decidere per tutti e, allora, i beni comuni sono i primi ad essere aggrediti perché sono indivisibili. Non ne è concepibile, infatti, l’uso che esclude l’altro.
Mentre un parco dei Casali potrebbe essere usufruito da tutti, la sua distruzione in lotti separati per la vendita, arricchisce solo alcuni. La riserva di ossigeno in un territorio, esposto a troppe fonti di inquinamento, scompare per sempre e per tutti. A nulla serve chiudersi in casa. Le finestre col doppio vetro forse proteggono dal rumore, non dai veleni presenti nell’aria.

Chi decide di aumentare in maniera spaventosa il traffico aereo senza fare una valutazione di impatto ambientale potrà trovare mille avvocati che lo proteggono ma non una sola ragione di giustizia.
E a questa si può arrivare solo grazie a persone libere che non hanno interiorizzato la mentalità di chi è abituato a lamentarsi di nascosto, per poi obbedire senza riserve al potente di turno.

La radice del totalitarismo consiste, osservava Hannah Arendt, «nella volontà perversa di rendere gli esseri umani i superflui». Basta uno sguardo in tanti, troppi, contesti per renderci conto di quanto questa tendenza sia prevalente. A cominciare dalla precarizzazione del lavoro, dalle cattedrali del consumo disseminate nella periferia romana e che circondano Ciampino, svuotandola della vivacità dei suoi negozi.
In questa cultura, dove chi possiede può dettare legge, è destinata a trovare spazio la mentalità mafiosa.
Davanti a tale devastazione, che è più pericolosa perché non avvertita da una popolazione assuefatta a vivere nella solitudine le proprie sofferenze e contraddizioni, non può bastare qualche vana promessa fatta nelle kermesse elettorali.
Occorre rigenerare le radici della politica vera, quella che riconosce la città come un bene comune e non una merce da offrire in vendita.
Il contesto umano e sociale di Ciampino è molto più ricco di quanto si creda di persone e realtà capaci di mettersi in relazione e sperimentare legami di solidarietà e di accoglienza, di attenzione ai più deboli e ai senza voce.
La sfida di Ciampino Bene Comune è quella di saper mettere in rete e valorizzare i valori comuni, rispettando l’autonomia di ogni storia e identità, quanto, muovendosi in tal senso, esprime una decisa ribellione morale. Quella che fa dire «non ci sto».
C’è un altro modo di fare e di agire ed è possibile viverlo assieme, senza cedere ad alcuna fatalità.

Non vogliamo fare un discorso astratto ma partire dalle fratture, dai nodi problematici reali per capire come uscirne fuori assieme.
E, come sempre accade, dall’esame del singolo problema si comprende meglio il quadro di insieme. Così, come abbiamo visto nella scorsa estate, un muro alzato per impedire un passaggio pedonale nella stazione ferroviaria dell’Acqua Acetosa ha posto in evidenza non solo l’esistenza di poteri come la Rfi, svincolati da ogni criterio pubblico e che agiscono come se ci fosse il deserto, ma la realtà di una città costruita senza criterio, con quartieri separati tra loro, percorribili solo in macchina e cresciuti, rapidamente e insaziabilmente, su terreni agricoli senza preservare spazi comuni.
Qualcosa che dovrebbe far aprire gli occhi e porsi domande di buon senso sul modo in cui è governata la città e non suscitare risposte di sterile difesa dello status quo.

Ciampino Bene comune è perciò un cammino che si vuole condividere con tutti, per poter alzare lo sguardo e considerare questa nostra terra non come un estremo lembo di periferia destinata sempre più a perdere senso nelle varie concezioni metropolitane della Roma che avanza. Il caso a noi vicino del Divino Amore è un’altra drammatica conferma di questa volontà di dividere e isolare le persone, mentre noi vogliamo creare luoghi dove poter sperimentare i legami sociali vecchi e nuovi che costruiscono una città.

Ciampino bene comune non esprime una questione localistica ma abbatte i confini. Nasce e si riconosce in quel vasto movimento internazionale per la difesa dei beni comuni che in Italia, con i referendum del giugno 2011, è riuscito nell’impresa straordinaria di recuperare alla sovranità popolare la decisione sulla privatizzazione della gestione dell’acqua e dei beni comuni, fermando anche il ritorno dissennato al nucleare. Risultato ritenuto impossibile davanti alle manovre di Borsa già date per acquisite e vincenti.

Ciampino Bene Comune analizza il territorio e le sue aberrazioni con l’ambizione di proporsi come soggetto in grado declinare nel contesto locale l’alternativa a tutto ciò. Per questo rimettere in discussione la cementificazione come elemento strutturale di sviluppo di una comunità o battersi per la riduzione del traffico aereo non sono proposte slegate alla critica di questo sistema economico nella sua interezza.
La distruzione dell’ambiente, la disoccupazione, la precarietà, l’attacco al welfare e allo spazio pubblico come elemento di progresso sociale e culturale sono elementi strutturali di questo sistema socio-economico. Noi, attraverso le nostre proposte, puntiamo a mandarlo in crisi più di quanto già oggi fanno i mercati finanziari e la speculazione internazionale.
Ciampino Bene Comune non ha strutture gerarchiche, si basa su decisioni e azioni prese dopo un esigente e aperto dialogo e confronto. Il portavoce ricopre una funzione di servizio che è svolta a rotazione tra i partecipanti, così come ogni altra distribuzione di compiti organizzativi. Ogni attività è promossa senza finanziamenti esterni se non l’autotassazione, secondo criteri orientati al dono e alla gratuità.

I principi di riferimento di Ciampino Bene Comune sono quelli espressi, e tuttora da realizzare, nella Costituzione repubblicana.
Su queste basi Ciampino Bene Comune è per definizione aperto ad ogni più larga partecipazione e condivisione.

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